
Internet è morto, in teoria
A sentir parlare di “teoria dell’Internet morto” è facile pensare che si tratti di una teoria del complotto come tante altre, e in effetti è nata proprio come tale. È difficile stabilire una data di nascita precisa della teoria originale, ma l’idea è iniziata a diffondersi già all’inizio degli anni 2000. La principale causa della sua nascita è generalmente attribuita alla progressiva centralizzazione del traffico online avvenuta con la nascita di piattaforme come Facebook e Twitter, che hanno rapidamente rimpiazzato i forum che avevano caratterizzato i primi anni di Internet. Chi, tra quelli che rimasero nei forum dopo l’avvento dei social media aveva una passione per le teorie del complotto, vide la nascita delle piattaforme già menzionate come una prima morte di Internet, in quanto, andando avanti, sarebbe stato dominato da interessi commerciali e algoritmi atti alla promozione di prodotti e servizi vari. Durante il secondo decennio degli anni 2000, la discussione continuò a evolversi, arrivando a espandersi e inglobare il crescente campo dell’intelligenza artificiale.
Si arriva così alla nascita “ufficiale” della teoria, avvenuta nel 2021 in un sito web chiamato “Agora Road’s Macintosh Café”, dove l’utente IlluminatiPirate postò quello che venne poi considerato il manifesto della versione originale della teoria dell’Internet morto. Un numero ristretto delle argomentazioni dell’utente, come la menzione di articoli di giornale o di post ripetuti a cadenza annuale, hanno un’effettiva base logica e potrebbero essere attribuite all’attività di intelligenze artificiali, seppur pecchino di prove concrete all’interno del post. La maggior parte delle affermazioni di “IlluminatiPirate”, tuttavia, resta definibile come una serie di paranoie menzionate nonostante la loro scarsa rilevanza
rispetto all’argomento trattato, come la comparsa di una presupposta guerra civile online, la teorizzata presenza di persone non esistenti in film e, persino in politica, e le fin troppo specificate passioni dell’utente. Ad un primo sguardo, la teoria dell’Internet morto appare, dunque, come una classica teoria del complotto, una di quelle fantasie antigovernative che la maggior parte di chi abbia un buon livello di educazione riconoscerebbe immediatamente come una semplice creepypasta.
Eppure c’è del vero. Non nella pittoresca idea che il governo americano sia ormai da anni impegnato in una campagna di “gaslighting” su scala mondiale, né tantomento nella maggior parte delle altre discutibili idee proposte nel post, ugualmente prive di concretezza alcuna. Tuttavia il post presenta una particolare riflessione che, al giorno d’oggi, ha una serie di prove credibili a sostenerla.
“The Internet feels empty and devoid of people. It is also devoid of content. Compared to the Internet of say 2007 (and beyond) the Internet of today is entirely sterile.”
Questa affermazione è incredibilmente rilevante nel clima attuale e minaccia di rivelarsi quasi profetica. “Imperva”, una compagnia di cybersicurezza californiana, conduce da ormai undici anni uno studio annuale chiamato “Bad Bot Report”. Nel 2021, anno della pubblicazione del post di IlluminatiPirate, “Imperva” ha pubblicato uno studio statistico che affermava che il 42% del traffico online non involvesse esseri umani in alcuna misura. Il dato sembra allarmante, ma c’è una distinzione fondamentale da fare: quel 42% include sia “good bot” che “bad bot”. Quando si parla di “good bot” ci si riferisce a quei programmi capaci di automatizzare processi senza influenzare negativamente l’esperienza degli utenti, portando a termine mansioni utili o addirittura fondamentali alla piattaforma in cui sono implementati. I bot a cui allude IlluminatiPirate nel suo post sono invece i cosiddetti “bad bot”, algoritmi capaci di generare un contenuto più o meno autonomamente e di intasare i social media con la loro presenza, spesso sono atti alla truffa o al furto di account e informazioni private ai danni degli utenti.
Nonostante questa attenuante, il report di “Imperva” rimane uno studio assai preoccupante. Le percentuali del 2021 mostrano che il 57,7% del traffico online era generato da utenti umani, il 14,6% era opera dei cosiddetti “good bot” e il restante 27,7% era da attribuire ai “bad bot.” Un numero allarmante non solo per scala, ma anche per velocità di crescita: nel 2022 la percentuale di “bad bot” era infatti aumentata al 30,2%, e nel 2023 raggiungeva il 32%. A peggiorare la situazione è il fatto che i “bad bot” non stanno aumentando solo in quantità, ma anche in qualità. Quelli che fino a pochi anni fa erano dei semplici algoritmi con comportamenti fissi hanno iniziato a sfruttare le più complesse intelligenze artificiali per adattarsi a una vasta gamma di situazioni, diventando sempre più avanzati ed efficienti.
Questa imponente presenza di contenuto generato da intelligenze artificiali è ancora facilmente visibile agli utenti umani. La piattaforma in cui è più facile individuare utenti non umani è probabilmente X, precedentemente noto come Twitter, ormai infestato da bot che rispondono in modo casuale o controverso a post generati da esseri umani o da altri bot. Tuttavia, il problema è visibilmente esteso anche in altre piattaforme, come per esempio YouTube e Facebook. Persino sistemi complessi come i videogiochi sono occasionalmente inondati da massicce presenze di “bad bot”, come si è visto nel quasi decennale caso di “Team Fortress 2”, vittima di presenze enormi di utenti non umani dal 2017 e solo parzialmente liberato nell’estate 2024. Quest’uso massiccio e a volte addirittura futile di bot ne rivela una caratteristica che ne rende l’esistenza ancora più allarmante: sono molto facili da supportare in quantità massicce, anche da privati in possesso di computer dalle basse prestazioni.
L’ironia di tutto questo è che nell’essere bene avviate a uccidere Internet, come predetto da utenti anonimi in forum sparsi fin dalla nascita di Facebook, le IA potrebbero dirigersi verso la loro autodistruzione. La ragione di questo si trova nel concetto del “model collapse”, ovvero la progressiva degradazione della qualità dei risultati forniti da un’intelligenza artificiale quando i suoi processi si basano su informazioni ottenute da intelligenze artificiali, inclusa se stessa. L’imponente aumento di contenuto generato da IA presente su Internet potrebbe portare future IA ad allenarsi a partire da questi cosiddetti “dati sintetici”, rischiando di dare inizio a una degenerazione dell’affidabilità dei risultati generati da futuri modelli di intelligenza artificiale.
Tuttavia i rischi del “model collapse” non si traducono nella certezza che la percentuale di “bad bot” inizi a diminuire e di certo non significa che le IA siano incapaci di causare gravi danni prima di una loro eventuale regolazione più rigida. Una versione più recente e concreta della teoria dell’Internet morto si basa proprio su questo. Questa sottolinea come sia probabile che l’attività di IA su Internet continuerà ad aumentare come ha fatto per gli scorsi cinque anni, eventualmente diventando più imponente di quella umana. Come conseguenza di questa convinzione, afferma che lo sviluppo incontrollato e spesso fine a se stesso di intelligenze artificiali stia portando a gravi problemi sociali, come la perdita di numerosi posti di lavoro, potenziali complicazioni nel corso di indagini criminali e la perdita di attendibilità di qualsiasi contenuto pubblicato online, e che tali problemi sono destinati a peggiorare rapidamente.
La teoria dell’Internet morto si è evoluta molto durante lo scorso decennio, passando dall’essere una delle classiche fantasie complottiste a una speculazione razionale, e ogni giorno è più realistica sul futuro del web e dell’intelligenza artificiale.




